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Come si riconosce e si supera l'autosabotaggio?

L'autosabotaggio raramente è una parte di te che lavora contro di te. Più spesso è una parte che ti protegge, con una strategia che non si è mai aggiornata.

# Come si riconosce e si supera l'autosabotaggio?

L'autosabotaggio raramente è una parte di te che lavora contro di te. Più spesso è una parte che ti protegge, con una strategia che non si è mai aggiornata.

Che cos'è davvero l'autosabotaggio?

Hai deciso. Questa volta lo fai: la telefonata, il progetto, la conversazione che rimandi da settimane. Poi arriva il momento, e ti ritrovi a fare altro.

La maggior parte delle persone lo chiama autosabotaggio, come se dentro ci fosse qualcuno che rema contro.

Io no.

Quando un comportamento viene ripetuto nel tempo, smette di essere una scelta e diventa una strategia. All'inizio lo fai, poi accade senza che te ne accorga, finché ti sembra l'unico modo possibile di reagire.

Perché continui a farlo, anche quando sai che non è utile a te e ai tuoi obiettivi?

Nella Premium descrivo una struttura precisa. Un comportamento che riduce il disagio viene ripetuto, il cervello lo registra come soluzione e, nel tempo, lo automatizza. Eviti la situazione, la tensione scende, arriva il sollievo.

Il cervello non cerca ciò che è migliore, cerca ciò che è già conosciuto. Il conosciuto rassicura, anche quando distrugge.

Poi avviene un passaggio più sottile: da «lo faccio» a «sono così». Non è cambiata la realtà. È cambiato il significato che attribuisci ai tuoi comportamenti, ed è lì che una strategia comincia a sembrare carattere.

Che cosa sta cercando di proteggere?

Pensa all'ultima volta che ti sei fermato a un passo da qualcosa che volevi. Che cosa hai evitato, in quel momento?

Forse quel rimandare ti ha dato qualcosa. Sollievo, per esempio. O la certezza di non scoprire come sarebbe andata.

Nel libro scrivo che la voce che ci frena ha spesso un'origine buona. È nata in un momento del passato, con una funzione utile, e cerca di evitarti dolore, giudizio o fallimento. Il punto non è l'intenzione. È la strategia con cui prova a farlo.

Per questo la domanda utile non è «perché mi saboto?». È «che cosa sto cercando di proteggere, e in quale altro modo posso farlo?».

Come lo riconosci mentre accade?

Quasi sempre comincia con una frase. «Tanto lo sai già come va a finire.» «Ma chi ti credi di essere?» «Lascia stare, fai solo figuracce.» Se pensiamo di non essere in grado di fare qualcosa, e ce lo diciamo, è probabile che non ci proveremo nemmeno.

Poi la mente cerca prove. È il bias di conferma: chi crede di non piacere interpreta ogni no come conferma. I risultati sembrano darti ragione, e si innesca una spirale che porta a rinunciare ancora prima di iniziare.

Io ho cominciato a sentire quella voce creando silenzio. Ho spento la radio in macchina, ho tolto la musica mentre lavoravo e ho segnato su un quaderno le frasi che si ripetevano. Alcune non avevano nemmeno la mia voce.

E tu, quale frase senti un attimo prima di fermarti?

Quali domande interrompono l'automatismo?

Il vero punto di svolta non è combatterlo: è renderlo visibile. Una domanda efficace interrompe l'automatismo, perché porta la mente fuori dalla risposta abituale. Il cervello, a domanda fatta, non può non rispondere.

Quando senti «non ce la faccio», fatti queste domande, in questo ordine:

E quando arriva l'impulso a rimandare: «Questa sensazione sta migliorando la mia azione o la sta rallentando?». Poi l'ultima: «Questa è una scelta o una reazione?».

Tra stimolo e risposta c'è uno spazio. Se non entri lì, non scegli. Reagisci.

Basta capirlo per smettere?

Capirlo apre lo spazio. Non sempre basta: una risposta ripetuta per anni tende a ripartire da sola, anche quando sai che la situazione è diversa.

Le domande fanno già molto. Nella Premium c'è però un lavoro più rapido, che non passa dal convincersi: interviene sulla voce stessa. La stessa frase, detta da una posizione diversa, produce effetti diversi. Se arriva «da dentro» sembra verità; se la senti davanti a te diventa qualcosa che puoi valutare.

Prova a immaginare «Tanto non ce la fai» detta dalla voce di un personaggio dei cartoni che ti ha sempre fatto ridere. È ancora la stessa frase? Quando cambi tono o distanza a quella voce, non ti stai convincendo di qualcosa: stai cambiando l'esperienza.

E poi c'è la direzione. Nel metaprogramma Via da / Verso molte persone partono dal dolore, ma si mantengono in movimento grazie a una direzione desiderata. Sapere da che cosa ti allontani ti fa partire. Sapere verso che cosa vai ti fa restare.

Se il comportamento che ti blocca è persistente, intenso o limita la vita quotidiana, questo lavoro non sostituisce il supporto di un professionista della salute mentale.

Un piccolo esercizio

  1. Per i prossimi giorni, ogni volta che ti accorgi di rimandare qualcosa che volevi fare, fermati un momento.
  1. Ascolta la frase che ti stai dicendo e scrivila su un piccolo quaderno, così com'è.
  1. Chiediti: «Questo comportamento è utile a me e ai miei obiettivi? Che cosa sta cercando di proteggere?»
  1. Riporta la frase a un fatto reale: «Non ce la faccio» diventa «Oggi sto facendo fatica». Poi chiediti: «Quale altro modo ho per proteggere ciò che conta, senza rinunciare a ciò che voglio? Qual è il prossimo passo utile?»
  1. Quando la riconosci, puoi anche sorriderle e dirle: «Eh no, ti ho riconosciuto, non mi freghi più!». Poi nota che cosa cambia in te, prima ancora di fare il passo.

Prima cambia la domanda. Poi cambia lo stato.

Per andare più a fondo

Se hai cominciato a notare le frasi che arrivano un attimo prima di fermarti, nella Premium di PNL Strategica – La Lama Invisibile trovi la tabella dei bias cognitivi con le domande di disinnesco per ciascuno, l'esercizio per riprogrammare il dialogo interno e le tecniche dedicate a depotenziare la voce bloccante, anche attraverso la dissociazione. Puoi partire proprio da ciò che oggi hai imparato a notare.

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