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Perché ripeto sempre gli stessi errori?

Forse non ripeti gli stessi errori perché non impari. Forse stai ripetendo, con grande precisione, qualcosa che un tempo ha funzionato.

Ti eri detto che questa volta sarebbe andata diversamente.

Poi arriva quella situazione.

Lo stesso tono. La stessa richiesta. La stessa fretta.

E ti ritrovi a dire, ancora una volta:

«Ci sono cascato di nuovo».

Fermati un attimo. Pensa all'ultima volta che è successo.

Che cosa ti sei detto, subito dopo?

Perché lo stesso errore torna, anche quando sai come evitarlo?

Sapere che cosa fare e riuscire a farlo nel momento in cui serve non sono la stessa cosa.

Quando arriva una situazione familiare, spesso rispondi prima ancora di averci riflettuto.

Entra in gioco ciò che hai già fatto tante volte.

Nel libro descrivo il cervello come un sistema che tende a risparmiare energia, utilizzando schemi conosciuti e risposte già apprese.

Le scorciatoie mentali permettono di decidere rapidamente, senza dover analizzare ogni situazione da zero.

È una capacità utile. Ma non sempre la risposta più familiare è anche quella più adatta.

La strada conosciuta può darti sicurezza. Anche quando non ti porta dove vuoi.

Quante volte hai scelto ciò che era familiare, invece di ciò che volevi davvero?

Come fa un comportamento a diventare un errore che si ripete?

Spesso, all'inizio, non era un errore.

Era una soluzione.

Un comportamento riduce un disagio.

Eviti una conversazione difficile e, almeno per il momento, la tensione diminuisce.

Lo ripeti.

La volta successiva eviti di nuovo quella conversazione. E ritrovi lo stesso sollievo.

La risposta si rinforza.

Quel sollievo rende più probabile che tu utilizzi ancora la stessa strategia.

Diventa automatica.

Quando si ripresenta una situazione simile, potresti ritrovarti a evitarla prima ancora di aver considerato altre possibilità.

Eppure qualcosa, nel frattempo, potrebbe essere cambiato.

La situazione. Le persone. Le conseguenze. Perfino ciò che desideri ottenere.

Ma la strategia è rimasta la stessa.

Tu vedi l'errore che torna, non il percorso che ha contribuito a costruirlo.

Le persone vedono gli effetti. Poche vedono la struttura che li genera.

Che cosa ti dava, la prima volta, il comportamento che oggi chiami errore?

Perché a un certo punto pensi «sono fatto così»?

Quando uno schema si ripete abbastanza a lungo, può smettere di sembrarti qualcosa che fai.

Comincia a sembrarti qualcosa che sei.

«Rimando sempre» diventa «Sono disordinato».

«Ho risposto male» diventa «Ho un brutto carattere».

È un passaggio silenzioso: dal verbo all'etichetta.

E un'etichetta può diventare un filtro attraverso cui interpreti anche le esperienze successive.

Ogni volta che rimandi qualcosa, confermi di essere disordinato.

Ogni volta che reagisci male, confermi di avere un brutto carattere.

Ma che cosa hai realmente osservato?

Un comportamento.

Non un'identità.

Ciò che hai imparato a fare può essere osservato. E ciò che osservi non ti definisce.

Se ti riconosci in uno schema che si mette di traverso proprio quando conta, può esserti utile anche la pagina su come si riconosce l'autosabotaggio.

Quando hai cominciato a descriverti con quella parola?

Perché non te ne accorgi mentre lo stai facendo?

Quando agisci, conosci le tue intenzioni.

Sai che cosa volevi ottenere, quali ragioni avevi e che cosa stavi cercando di fare.

Chi ti osserva, invece, vede soprattutto ciò che fai e l'effetto che produci.

Tu conosci le tue intenzioni. L'altro sperimenta il tuo comportamento.

E tra le due prospettive può esserci una differenza.

È la zona cieca: quella parte del tuo comportamento e del suo impatto che, dalla tua prospettiva, può restare invisibile.

Il tono che utilizzi quando sei stanco.

La fretta con cui interrompi qualcuno.

Il modo in cui cambi argomento proprio mentre l'altra persona sta cercando di spiegarsi.

Tu potresti non accorgertene.

Chi ti sta davanti, invece, potrebbe averlo notato molte volte.

Non è necessariamente un difetto di carattere.

È una differenza tra ciò che osservi tu e ciò che possono osservare gli altri.

Chi, intorno a te, potrebbe vedere ciò che tu non vedi?

Quanto conta lo stato in cui ti trovi?

Spesso non rispondi soltanto a ciò che accade.

Rispondi a ciò che accade attraverso lo stato in cui ti trovi.

Rientri a casa dopo una giornata pesante.

Qualcuno ti fa una domanda innocua.

La risposta esce più dura di quanto avresti voluto.

Magari, in un'altra giornata, a quella stessa domanda avresti risposto con un sorriso.

La domanda è la stessa.

È cambiato lo stato.

Postura, respirazione, tensione muscolare e ritmo possono contribuire a influenzarlo.

Ne parlo nella pagina dedicata a fisiologia e stato d'animo.

In quale stato ti trovavi, l'ultima volta che l'errore è tornato?

L'errore dice chi sei?

Uno dei presupposti della PNL invita a considerare il risultato di un comportamento come un'informazione.

Anche quando non è quello che desideravi.

Pensa a queste due frasi:

«Ho risposto male in quella riunione».

«Sono uno che rovina sempre tutto».

La prima descrive un comportamento, in una situazione precisa.

La seconda trasforma quell'episodio in una definizione di te stesso.

Nella prima puoi osservare ciò che è accaduto, riconoscere che cosa non ha funzionato e scegliere come comportarti diversamente.

Nella seconda rischi di cercare nuove conferme di un'etichetta.

Il tuo valore resta dov'è. Ciò che può cambiare è il modo in cui ti sei comportato.

Anche il feedback a panino utilizza una distinzione importante: riconoscere ciò che funziona, individuare ciò che può essere migliorato e orientare il passo successivo.

Non serve giudicare la persona per osservare un comportamento.

Che cosa ti sta mostrando, questa volta, l'errore che torna?

Dove puoi intervenire, allora?

Tra ciò che accade e la tua risposta può esserci uno spazio.

Spesso è così breve che non lo noti.

È lì che può entrare una scelta.

Immagina di ricevere un appunto dal tuo responsabile su un lavoro che hai consegnato.

La frase che parte, ancora una volta, è questa:

«Ce l'ha con me».

Da lì la giornata prende la solita piega.

Tensione. Difesa. Difficoltà a concentrarti.

Ogni osservazione successiva sembra confermare ciò che hai già deciso di credere.

È uno dei meccanismi che puoi approfondire nella pagina sui bias cognitivi.

Ora immagina di riuscire a fermarti proprio in quello spazio.

E di farti una domanda precisa:

«Che cosa, esattamente, mi ha detto?»

La risposta è:

«Mi ha chiesto di rivedere la seconda parte».

Questo è il fatto.

«Ce l'ha con me» è il significato che gli hai attribuito.

Due cose differenti.

Ora puoi considerare un'altra possibilità:

«Forse vuole che quella parte del lavoro sia più chiara».

Non sai ancora quale interpretazione sia corretta.

E allora puoi verificarla.

«Che cosa ti aspetti che cambi, in questa parte?»

Il responsabile risponde:

«Il cliente vuole più dettagli sui tempi».

Adesso hai un'informazione nuova.

L'appunto non deve più essere interpretato automaticamente come un giudizio sulla tua persona.

Può diventare un'indicazione concreta su ciò che occorre modificare.

E il tuo passo successivo può nascere da quell'informazione, anziché dalla reazione abituale.

Non hai cambiato ciò che il responsabile ha detto.

Hai cambiato il modo in cui hai cercato di comprenderlo.

Che cosa cambierebbe se, la prossima volta, ti fermassi in quello spazio anche solo un istante?

Un piccolo esercizio

Non serve un quaderno.

Serve una situazione concreta e la disponibilità a osservarla.

Puoi iniziare ricordando l'ultima volta in cui si è ripetuto uno schema che vorresti modificare.

  1. Scegli un errore che si ripete. Uno solo, concreto, recente. Descrivi che cosa fai, non come sei fatto.
  1. Trova il momento prima. Che cosa accade immediatamente prima? Una parola, un tono, una richiesta, una situazione riconoscibile.
  1. Ascolta la frase che ti dici. Recupera le tue parole: «Tanto è inutile», «Ce l'ha con me», «Lo faccio dopo». Non correggerle. Osservale.
  1. Indaga la funzione. Chiediti: «Che cosa ottengo, o evito, comportandomi così? Che cosa mi dà questa risposta? In quale altro modo potrei ottenere ciò che mi serve, senza rinunciare a ciò che voglio?»
  1. Cambia lo stato prima di rispondere. Quando riconosci quel momento, raddrizza la schiena, fai un respiro lento e lascia passare qualche secondo. Osserva se qualcosa cambia.
  1. Verifica. Che cosa hai notato di diverso, anche minimo? Se hai reagito come sempre, in quale momento è partita la risposta automatica? Che cosa potresti provare la prossima volta?

Non serve ottenere subito il risultato che desideri.

Anche riconoscere il momento in cui uno schema si attiva è un'informazione nuova.

Se questi comportamenti sono legati a una sofferenza persistente o significativa, può essere utile confrontarti con un professionista qualificato.

E ora torna alla frase con cui abbiamo iniziato:

«Ci sono cascato di nuovo».

Forse, la prossima volta, potrai dirti qualcosa di differente.

«Questa volta l'ho visto arrivare.»

Per andare più a fondo

Hai visto come un comportamento che oggi consideri un errore possa essere stato, in passato, una soluzione.

Hai osservato il passaggio dal comportamento all'identità, il ruolo dello stato interno e il modo in cui una domanda può separare un fatto dall'interpretazione che gli attribuisci.

Nella Premium di PNL Strategica – La Lama Invisibile approfondisco il passaggio da «lo faccio» a «sono così», le tecniche per lavorare sulle convinzioni limitanti e le sottomodalità, utilizzate per intervenire sulle caratteristiche delle rappresentazioni interne.

Ma per iniziare non ti serve conoscere tutte le tecniche.

Ti serve riconoscere qualcosa.

Quel momento, appena prima che lo schema si metta in moto.

Da lì puoi cominciare a osservare ciò che prima accadeva automaticamente.

E scoprire quale altra risposta potresti scegliere.

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