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Come dire di no senza sentirsi in colpa?

Il senso di colpa, molto spesso, non nasce dal no che dici. Nasce da ciò che ti dici un attimo dopo averlo detto.

# Dire di no? A volte sembra più difficile di un doppio salto mortale all'indietro!

Il senso di colpa, molto spesso, non nasce dal no che dici. Nasce da ciò che ti dici un attimo dopo averlo detto.

Hai appena rifiutato una richiesta. La conversazione è terminata, l'altra persona magari ha persino accettato la tua decisione. Eppure, dentro di te, comincia un'altra conversazione. «Forse potevo accettare». «Adesso penserà che non ci tengo». «Sono stato egoista».

E così, mentre fuori non c'è più nessuno che insiste, sei tu a continuare a mettere in discussione la tua scelta.

Ti è mai capitato, invece, di accettare una richiesta quando, dentro di te, sapevi già che avresti preferito fare qualcos'altro? Magari avevi programmato una serata con la tua famiglia, un momento importante oppure semplicemente del tempo per riposarti. Poi arriva una telefonata, qualcuno ti chiede un favore, una disponibilità, un impegno in più. E quasi senza accorgertene ti senti rispondere: «Va bene, ci penso io».

Hai appena detto sì a qualcuno. E a che cosa hai detto no?

Quando qualcuno ci chiede qualcosa, tendiamo a concentrarci sulle sue esigenze, sulle aspettative e su ciò che potrebbe pensare di noi. Immaginiamo la sua delusione e qualche volta finiamo per accettare prima ancora di aver considerato ciò che avevamo scelto per noi. Eppure ogni sì occupa uno spazio. Richiede tempo, attenzione, energie. E quando quello spazio era già destinato a qualcosa di importante, accettare una nuova richiesta significa anche modificare una scelta precedente.

La maggior parte delle persone cerca di imparare a dire no. Si domanda quali parole utilizzare, come evitare di sentirsi in colpa, quale spiegazione dare per non deludere l'altro. Cerca una formula capace di rendere il rifiuto più accettabile, quasi che una decisione acquistasse valore soltanto quando l'altra persona ne riconosce le ragioni.

A volte sembra davvero più semplice imparare a fare un doppio salto mortale all'indietro!

Io partirei da un punto diverso.

Prima di imparare a dire no agli altri, possiamo cominciare a riconoscere a che cosa desideriamo dire sì. E soprattutto, a quali valori stiamo dicendo sì attraverso le nostre scelte.

Quando sai che cosa conta davvero per te, quali relazioni desideri coltivare e quali impegni ritieni importanti, anche il significato di un no può cambiare. Non è più soltanto qualcosa che rifiuti. Può diventare il modo attraverso il quale rispetti ciò che hai scelto.

Immagina che un amico ti inviti a trascorrere una serata insieme. È una persona alla quale vuoi bene, l'invito ti fa piacere e in altre circostanze accetteresti volentieri. Quella sera, però, hai già programmato un momento importante con la tua famiglia, qualcosa a cui desideri partecipare e che non vuoi perdere.

Potresti rispondere: «Mi dispiace tantissimo, purtroppo non posso. Scusami, davvero».

Oppure: «Grazie per aver pensato a me. Questa sera ho un momento importante con la mia famiglia al quale non voglio mancare. Mi farà piacere organizzare qualcosa insieme un'altra volta».

Considera queste due risposte. Nella prima l'attenzione si concentra sull'impossibilità di accettare e sul bisogno di giustificarla. Nella seconda riconosci il valore dell'invito, manifesti rispetto per chi te lo ha rivolto e, nello stesso tempo, dai valore alla tua scelta.

Non stai inventando una scusa o cercando una ragione abbastanza convincente da ottenere il permesso di dire no. Stai comunicando ciò a cui hai scelto di dire sì.

E a quale valore stai dando spazio?

Forse alla famiglia, alla presenza, all'amore, alla responsabilità di esserci. Oppure alla coerenza, perché hai assunto un impegno e desideri rispettarlo. La stessa risposta assume così un significato differente. Non è più soltanto il rifiuto di un invito. È un comportamento attraverso il quale esprimi qualcosa che per te conta.

C'è però un altro passaggio, meno evidente, che può fare una grande differenza.

Quando hai riconosciuto ciò a cui desideri dire sì, non hai necessariamente bisogno di spiegare tutte le ragioni della tua scelta. Eppure, qualche volta, è proprio ciò che cominciamo a fare.

Ripensiamo alla serata con la famiglia. Potresti aggiungere che avete organizzato una cena, che saranno presenti persone che non vedi da tempo, che avete scelto quella data perché era l'unica possibile. Sono informazioni che possono sembrare utili a far comprendere quanto sia importante il tuo impegno.

E intanto, quasi senza accorgertene, potresti aver aperto una trattativa.

«Non puoi arrivare più tardi?»

«Non potete spostare la cena?»

«Non riesci a organizzarti diversamente?»

Ora osserva che cosa è accaduto. Avevi comunicato una decisione. Nel tentativo di giustificarla, hai introdotto elementi sui quali l'altra persona può formulare nuove proposte. E se cominci a rispondere a ogni obiezione cercando una spiegazione ancora più convincente, rischi di ritrovarti a discutere non più della richiesta iniziale, bensì di quanto siano valide le tue ragioni per non accettarla.

Una cosa è condividere una spiegazione perché è utile alla relazione o alla situazione. Un'altra è continuare a giustificarsi perché sentiamo il bisogno che l'altro approvi la nostra scelta.

Nel secondo caso, senza volerlo, potremmo arrivare a comportarci come se la nostra decisione avesse bisogno di un'autorizzazione esterna.

Eppure, se hai già riconosciuto il valore che desideri rispettare, puoi comunicarlo con gentilezza e chiarezza, senza sentirti obbligato a renderlo negoziabile.

Se il tuo amico insiste, puoi rispondere: «Capisco che ti farebbe piacere avermi con voi e ti ringrazio. Questa sera mantengo il mio impegno. Organizziamo volentieri un'altra occasione».

Hai riconosciuto il suo desiderio, hai conservato il rapporto e hai confermato ciò che hai scelto.

Non hai bisogno di dimostrare che il tuo impegno sia più importante del suo invito.

Non è necessario che l'altro condivida le ragioni del tuo no perché tu possa continuare a rispettare il tuo sì.

Ci sono naturalmente situazioni nelle quali spiegare una decisione è parte delle nostre responsabilità. Un impegno professionale, un accordo assunto o una scelta che produce conseguenze per altre persone possono richiedere informazioni, chiarimenti e confronto. Anche in questi casi possiamo distinguere una spiegazione necessaria dal bisogno di ottenere approvazione.

La gentilezza riguarda il modo in cui comunichi la tua scelta. Non l'obbligo di renderla negoziabile.

Dire sì a te stesso, inoltre, non significa scegliere sempre ciò che ti piace nell'immediato o mettere sistematicamente le tue esigenze davanti a quelle degli altri. A volte significa affrontare un impegno difficile, rispettare una promessa, assumerti una responsabilità o rinunciare a qualcosa oggi per costruire qualcosa di più importante domani.

Il punto non è fare sempre ciò che vuoi. È riconoscere ciò che per te ha valore e tenerne conto quando scegli.

E c'è un'altra possibilità che spesso non consideriamo.

Quando qualcuno ci chiede aiuto, possiamo avere l'impressione di trovarci davanti a due sole alternative: accettare oppure rifiutare. Farci carico personalmente della richiesta oppure lasciare l'altra persona senza una soluzione.

E se queste non fossero le uniche possibilità?

Immagina che un collega ti chieda di risolvere un problema mentre sei già impegnato in attività che richiedono tutta la tua attenzione. Potresti accettare, sottraendo tempo ai tuoi impegni, oppure rispondere che non sei disponibile.

Eppure potresti anche dire: «Grazie per aver pensato a me. In questo periodo ho già diversi impegni e non posso occuparmene. Potresti confrontarti con Gabriele, che ha già risolto un problema simile a quello che mi accennavi».

Hai riconosciuto la richiesta, comunicato con chiarezza la tua scelta e offerto una possibilità che l'altra persona potrebbe non aver considerato.

Non hai assunto un impegno che non saresti riuscito a rispettare e non hai necessariamente interrotto il suo percorso verso una soluzione.

Hai scelto un modo differente di essere utile.

Essere disponibili non significa necessariamente intervenire sempre in prima persona. Possiamo contribuire attraverso un'informazione, un suggerimento, un contatto o una prospettiva diversa. E quando non abbiamo una soluzione da proporre, possiamo comunicarlo con altrettanta chiarezza.

Così, mentre dici no a una richiesta specifica, puoi continuare a dire sì al rispetto, alla collaborazione, alla correttezza e alla relazione.

Non stai scegliendo necessariamente tra te e l'altro. Stai imparando a considerare come rispettare entrambi.

C'è poi un aspetto ancora più interessante. A volte la trattativa continua anche quando l'altra persona ha smesso di insistere.

Hai comunicato il tuo no, il tuo interlocutore lo ha accettato e, mentre la conversazione esterna è terminata, quella dentro di te continua.

Questa volta, però, puoi cominciare a riconoscere ciò che accade. Quando ripensi alla tua decisione, quali parole utilizzi? Quali immagini costruisci? Quali sensazioni provi? E quale significato attribuisci alla possibilità di aver deluso qualcuno?

Nella Programmazione Neuro-Linguistica esploriamo anche il modo in cui rappresentiamo internamente le nostre esperienze, attraverso parole, immagini, sensazioni e qualità sensoriali che le accompagnano.

Ripensa, per esempio, alla frase «Sono stato egoista». Con quale voce te la dici? È severa, critica, delusa? Da dove sembra arrivare? E quale stato riconosci mentre la ascolti?

Prova ora a osservare quella situazione come se la stessi guardando dall'esterno. Riconosci le parole che ti sei detto e considera la differenza tra vivere quella voce come una verità e ascoltarla come una parte della tua esperienza che puoi osservare e valutare.

Il fatto che un pensiero sia presente non significa necessariamente che descriva la realtà.

E se quella voce, anziché essere soltanto un giudice da mettere a tacere, stesse cercando di proteggere qualcosa di importante per te?

Forse il rapporto con una persona, il desiderio di essere apprezzato, la possibilità di mantenere un legame. Puoi riconoscere ciò che quella voce potrebbe cercare di ottenere e, nello stesso tempo, verificare se il modo in cui cerca di aiutarti sia ancora utile.

Che cosa sta cercando di proteggere? La strategia che stai utilizzando ti permette davvero di rispettarlo? E in quale altro modo potresti ottenere ciò che per te è importante?

Rispettare un'intenzione non significa dover continuare a utilizzare la stessa strategia.

Ora considera un'altra distinzione.

Una cosa è aver scelto di non accettare una richiesta. Un'altra è trasformare quella decisione in una definizione della persona che sei.

«Sono egoista» è una definizione della tua identità. «Ho scelto di non accettare questa richiesta» descrive un comportamento.

Quando riporti l'attenzione dal giudizio sulla tua identità alla scelta compiuta, puoi valutarla attraverso elementi più precisi. Qual era la richiesta? Quale impegno avevi già assunto? Che cosa era importante per te? Come hai comunicato la decisione? Quali conseguenze ha prodotto?

Puoi anche riconoscere che avresti preferito comunicare diversamente, senza concludere che ci sia qualcosa di sbagliato in te.

Possiamo riconsiderare un comportamento senza trasformarlo necessariamente in un giudizio sulla nostra identità.

E possiamo imparare a riconoscere anche ciò che accade prima di rispondere.

Quando arriva una richiesta che ci mette in difficoltà, lo stato nel quale ci troviamo può influenzare il modo in cui la interpretiamo. Possiamo sentirci sotto pressione, avvertire l'urgenza di rispondere immediatamente o anticipare la delusione dell'altra persona. E un sì può arrivare quasi automaticamente, prima ancora di aver valutato ciò che desideriamo veramente.

E se proprio in quel momento ci concedessimo qualche istante?

Potremmo osservare il nostro stato, ascoltare ciò che ci stiamo dicendo e considerare quali valori siano coinvolti. Potremmo anche scegliere di non rispondere immediatamente, prendendoci il tempo necessario.

Non abbiamo bisogno di dire no per dimostrare di essere autonomi, così come non abbiamo bisogno di dire sì per dimostrare di essere disponibili.

Possiamo scegliere.

Quando riconosciamo i nostri automatismi, possiamo iniziare a distinguere una risposta abituale da una decisione che tiene conto dei nostri valori, delle responsabilità e delle conseguenze che siamo disposti ad assumerci.

Per questo, anziché chiederti soltanto «Come faccio a dire no senza sentirmi in colpa?», considera qualcosa di diverso.

Pensa a una delle ultime occasioni in cui hai accettato una richiesta pur desiderando fare altro. Torna a quella situazione e osserva ciò che ricordi: le parole dell'altra persona, ciò che ti sei detto, lo stato nel quale ti trovavi e la risposta che hai dato.

Adesso considera che cosa avevi programmato prima di quella richiesta. A che cosa desideravi dedicare quel tempo? Che cosa rappresentava per te? Quale valore esprimeva?

E se avessi riconosciuto con maggiore chiarezza ciò che era importante per te, quale altra risposta avresti potuto considerare?

Potresti decidere di accettare, proporre un'alternativa, rimandare oppure mantenere l'impegno che avevi già assunto.

La differenza non sta nella parola che pronuncerai. Sta nel processo attraverso il quale arriverai a pronunciarla.

Un no può essere espresso con durezza, esitazione, rispetto o chiarezza. Possiamo scegliere le parole, verificare ciò che abbiamo comunicato e prestare attenzione alla risposta dell'altro. La persona può essere delusa, avere esigenze diverse e non condividere la nostra decisione.

Riconoscere il suo punto di vista non ci obbliga a rinunciare al nostro.

Rispettare ciò che conta per noi non significa smettere di considerare ciò che conta per gli altri. È proprio tenendo presenti entrambi che possiamo costruire una comunicazione più consapevole.

Quando ho sviluppato il percorso de La Lama Invisibile, ho dedicato particolare attenzione al rapporto tra ciò che percepiamo, il significato che attribuiamo alle esperienze e le risposte che impariamo a utilizzare. Nel primo volume accompagno il lettore a riconoscere alcuni dei processi che orientano comunicazione e comportamento. Nel secondo approfondisco gli strumenti per intervenire sulle rappresentazioni interne e sulle strategie abituali, verificandone gli effetti nell'esperienza della persona.

Anche il senso di colpa che può accompagnare un no merita di essere osservato così. Possiamo esplorare ciò che ci diciamo, il significato attribuito alla decisione, i valori coinvolti e lo stato che accompagna tutto questo.

Qualche volta il disagio può segnalarci che abbiamo trascurato qualcosa di importante; altre volte accompagna semplicemente una scelta diversa da quella abituale. Il disagio, da solo, non dimostra che la decisione sia sbagliata. È un elemento della nostra esperienza che possiamo imparare a osservare.

Nei prossimi giorni, quando dirai no a una richiesta, prova ad ascoltare la prima frase che ti rivolgi subito dopo. Se vuoi, scrivila utilizzando esattamente le parole che hai pronunciato dentro di te. Rileggendola, potresti riconoscere qualcosa che fino a quel momento non avevi notato: un giudizio ricorrente, un'aspettativa, il desiderio di essere approvato oppure un valore che stai cercando di rispettare.

E quando avrai riconosciuto quella frase, potrai domandarti se ti sia utile continuare a utilizzarla oppure se esistano altri modi di rappresentare ciò che è accaduto.

C'è un'ultima cosa che vorrei invitarti a sperimentare.

Quando dici no, non si muore. E nemmeno quando lo ricevi.

Ti propongo un piccolo esperimento. Entra in un bar, scegli un momento tranquillo e, con un sorriso, chiedi al barista: «Mi offriresti un caffè?».

Potrebbe guardarti sorpreso, sorridere, chiederti perché oppure risponderti semplicemente: «No».

E se ti dicesse no, fermati un istante e osserva che cosa accade dentro di te. Che cosa ti dici? Quale significato attribuisci a quella risposta? Quali sensazioni riconosci? Ti viene voglia di spiegarti, giustificarti, oppure di convincerlo a cambiare idea?

Poi sorridi, ringrazialo e considera ciò che è realmente accaduto.

Hai fatto una richiesta. L'altra persona ha scelto di non accettarla.

E tu sei ancora lì. Vivo.

Forse scoprirai che ciò che rende difficile un no non è sempre la parola pronunciata, bensì il significato che impariamo ad attribuirle.

E se puoi ricevere un no senza trasformarlo in un giudizio su di te, quali nuove possibilità potrebbero aprirsi quando sarai tu a pronunciarlo?

Torniamo allora a quella telefonata, a quella richiesta, a quel «Va bene, ci penso io» che forse hai pronunciato tante volte.

La prossima volta, prima di rispondere, potresti accorgerti che non stai scegliendo soltanto tra un sì e un no. Stai decidendo a che cosa dedicare tempo, attenzione, energie e quali valori esprimere attraverso quella scelta.

E forse scoprirai di non aver bisogno di accompagnare ogni decisione con infinite giustificazioni, né di rinunciare alla gentilezza per mantenerla. Potrai scegliere di esserci per qualcuno, rispettare un impegno importante oppure offrire una possibilità diversa, senza assumerti necessariamente una richiesta che non desideri accettare.

Perché il cambiamento non consiste nell'imparare a dire no più spesso. Consiste nel riconoscere ciò a cui desideri dire sì, lasciando che le tue decisioni diventino sempre più coerenti con ciò che per te ha valore.

E quando ripenserai alle volte in cui hai detto sì agli altri dimenticandoti di te, potresti iniziare a riconoscere qualcosa che fino a quel momento non avevi considerato.

Ogni volta che scegli, stai dando spazio a qualcosa.

Ripensa allora a una delle ultime volte in cui hai detto sì, pur desiderando rispondere diversamente.

Che cosa ti sei detto, in quel momento, per convincerti ad accettare?

A che cosa hai rinunciato, e quale valore importante per te avresti voluto rispettare?

Se oggi ti trovassi nuovamente nella stessa situazione, quali altre possibilità potresti scegliere, rispettando te stesso e la relazione con l'altro?

E allora, la prossima volta che qualcuno ti farà una richiesta, prima ancora di cercare la risposta giusta, prova a domandarti:

A quali tuoi valori stai scegliendo di dire sì?

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Per approfondire: La Lama Invisibile – PNL Strategica. Il Volume I è dedicato a riconoscere i processi che orientano la nostra esperienza; il Volume II agli strumenti per intervenire sulle rappresentazioni e sulle strategie abituali.

www.lalamainvisibile.it

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